Leggere un libro è un’esperienza sempre diversa, a patto che il libro non sia sempre lo stesso, e comunque non è detto che sia diversa anche lì. Nel caso del romanzo “Il rapimento di Ortensia”, che è il libro di Jacques Roubaud che sto andando a recensire, leggere un libro è un’esperienza folle, un po’ come ebbi già modo di anticiparvi qui, e che ora confermo in pieno: Jacques Roubaud è un folle. Chiariamoci, un adorabile folle.
D’altronde come si fa a resistere a un libro che inizia così: “Era un bel giorno caldo, ma non eravamo in Belgio.” E come non può incuriosire il fatto che Jacques Roubaud sia uno dei componenti storici dell’Oulipo, insieme a Calvino, Perec, Duchamp, e soprattutto Raymond Queneau, che solo il cognome sembra una poesia.
