Recensioni dei libri sulle mensole di casa mia (e altre cose nei paraggi)

L’ultimo vero intruso in casa Einaudi

In Libri sulle mensole on 29 gennaio 2010 at 13:00

Quanti elefanti possono entrare in una Cinquecento? E quanti refusi possono entrare in un libro? L’ultimo vero intruso del romanzo di James Crumley, L’ultimo vero bacio, è il rifuso che verrà.   

Una delle poche pagine del libro senza refusi

Com’è possibile che una casa editrice come Einaudi abbia potuto fare entrare in casa sua errori grandi come elefanti senza neanche vederli? Parole ripetute come come, lettere ripetutee cosìì, doppi     spazi tra una parola e l’altra, e altre simili distrazioni che invece che distrazioni si chiamano ad esempio, distrazwionui. 

Io dico che sviste come queste sono mine tra le pagine che ti scoppiano sotto ai piedi mentre cammini tranquillo su una frase. Passi lo scoppio di un errore, passino pure due, ma continuare così per tutto un libro è troppo, va bene l’azione, ma mica devi saltare in aria veramente quando leggi.

Il correttore di bozze – perché non credo ce ne sia stato più di uno altrimenti la faccenda si complicherebbe – deve essere stato evidentemente abbagliato da qualcosa tipo i fari di una macchina in corsa che stava uscendo dal monitor, così che il correttore di bozze deve essersi preso paura, ed è scappato via decidendo di lasciare lavorare il lettore al posto suo, senza considerare che il lettore, proprio per il nome che si porta dietro, non è mica un correttore, altrimenti si chiamerebbe correttore. 

Crumley prima di leggere l'edizione Einaudi

Cosa direbbe il povero Giulio Einaudi se sapesse di avere ospitato un’edizione così sbadata in casa sua? E cosa direbbe James Crumley, che trent’anni fa ha scritto questo romanzo trascinandolo con prosa ferma e sicura per ogni strada d’America? E C. W. Sughrue, l’investigatore privato metà Philip Marlowe e metà John Wayne che su quelle stesse strade ha rincorso lo scrittore scomparso Abraham Trahearne? E Betty Sue Flowers, la misteriosa ragazza sparita dieci anni prima che Sughrue si ritroverà ad inseguire proprio insieme a Trahearne, cosa direbbe Betty Sue Flowers a ritrovarsi dentro un libro pieno zeppo di errori? E la prima moglie di Trahearne, Catherine, che ha incaricato Sughrue di trovare il vecchio marito e se lo vede recapitare a casa insieme a un bulldog alcolizzato che beve solo birra – Fireball Roberts – che li ha accompagnati in ogni viaggio fino all’ultimo di cui non vi posso parlare? 

Secondo voi con un intreccio così, che non è chiaro neanche a me che l’ho scritto, c’è bisogno di refusi? Io la mia l’ho già detta, non voglio più ripetermi. Il romanzo è bello, i refusi no. E così mi sono ripetuto per la penultima volta. NO AI REFUSI. Ecco, questa è l’ultima.
 

Crumley dopo avere letto l'edizione Einaudi

Aggiungo che sebbene non sia questo “il libro che ha cambiato per sempre le carte in tavola nel mondo del noir” come si legge in quarta di copertina, L’ultimo vero bacio è comunque un libro fedele a sé stesso, che ti aspetta a casa quando torni alla sera, che vale la pena leggere se non altro per il modo clamoroso in cui attacca – un incipit da manuale degli incipit al contrario del finale che è da manuale dei finali inspiegabili – per certe folgoranti descrizioni disseminate qua e là come lampi, che illuminano la strada quando meno te l’aspetti, al pari di talune metafore folgoranti quanto le descrizioni di prima, e insomma, concludo dicendo che ogni tanto si sente davvero il bisogno come Holden Caulfield – pace a Salinger dovunque si sia nascosto ora – di telefonare non tanto all’autore del romanzo per chiedergli spiegazioni almeno sul finale, quanto, giusto per non ripetermi, al coretwore di boze.

 

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  1. E’ il nuovo che avanza: siccome i direttori ormai sono tutti “manager”, Einaudi ha pensato bene di rimpiazzare il correttore di bozze con il “booze corrector”. E quindi giu’ di grappini.

    (ok, e’ squallido ma non ho saputo resistere)

  2. “telefonare non tanto all’autore del romanzo per chiedergli spiegazioni almeno sul finale, quanto, giusto per non ripetermi, al coretwore di boze”.

    il correttore di bozze, con quello che prende, non è manco tenuto a rispondere al telefono, figuriamoci a dare spiegazioni…

    sim

  3. posso scrivergli una lettera?

  4. ehi Giacomo, pensa che io “booze” pensavo fosse il tasto quello della sveglia..
    e a proposito, ecco una simpatica galleria di booze e altre droghe nei paraggi
    http://www.life.com/image/50698313/in-gallery/38742/famous-literary-drunks–addicts

  5. io ho adorato la battuta di giacomo, comunque, ci tenevo a dirlo 😉

    prova a scrivere una mail al correttore di bozze, una in più al giorno non credo ti costi tanto…
    sunsimo

  6. Caro Massimo, il correttore di bozze da alcuni decenni è l’equivalente di Napoleone per Jean Perès Baptiste… chi si occupa delle bozze dopo che il grafico le ha debitamente impaginate (posto che il grafico ancora esista) è in genere un redattore molto “junior” che dovrebbe usare il correttore automatico – e che magari se n’è dimenticato, o magari ha dimenticato di salvare l’ultima versione corretta del testo, mandando avanti la precedente con tutti gli errori in essa contenuti.
    La realtà è che nelle case editrici ormai tutto si fa tranne curare il testo, la maggior parte del lavoro è appaltata a studi editoriali esterni pagati un tanto al chilo, e questi sono i risultati.

    Mi ricordo ancora il lontano 1999, in cui una collega superstite dall’ennesimo taglio alle risorse interne nella casa editrice per cui lavoravamo mi raccontò del famoso signor Sic, l’unico vero correttore di bozze professionista che avesse mai conosciuto: aveva più anni di Noè ed era la persona più colta che si potesse immaginare, punteggiava i testi di segni ormai sconosciuti ai più, e nei casi peggiori commentava a margine con un [sic!] da cui il soprannome.

    Anche lui infine era stato giubilato. Io, per imparare il mestiere, ho sudato tutte le camicie che non avevo, tartassato colleghi redattori, giornalisti, persino grafici… sono andata a scavare negli archivi per ripescare polverose norme redazionali degli anni Cinquanta.
    Compulsare un nuovo libercolo di norme redazionali mi è costato più fatica dell’esame di filologia germanica, ma alla fine ce l’ho fatta.
    E pochi mesi dopo, non ho avuto più bozze da correggere…. ma questa è un’altra storia.

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