Recensioni dei libri sulle mensole di casa mia (e altre cose nei paraggi)

Il classico naufragio di un’opera galleggiante

In Libri sulle mensole on 12 luglio 2011 at 09:50

Ci sono dei libri che quando sai che devi fare un viaggio in treno sei felice perché dici finalmente, un po’ di tempo per leggere quel libro che avevo iniziato e avrei voluto tanto continuare a leggere ma non ho mai avuto tempo e allora ho sempre sperato di fare un viaggio in treno, perché di aerei non è che mi capita di prenderne poi così tanti.

Così qualche giorno fa ho preso un treno e ho ripreso a leggere “L’opera galleggiante” di John Barth. Un viaggio che mi ha dato l’opportunità di leggere il romanzo per almeno tre ore ininterrotte se non dalle fermate del treno, essendo un treno espresso, come non se ne vedono più tanti a parte quello.

Il risultato della prima ora di lettura è stata una conferma su quanto avevo già pensato: il libro non mi catturava. Meglio, riconoscevo che John Barth era un eccellente scrittore, ma con la sua scrittura non riuscivo a raggiungere come si dice un buon feeling. Leggevo, ma era come se leggessi la lista della spesa però da un libro: spero non me ne vogliano i puristi di John Barth.

John Barth mentre imita Mario Monicelli

Dunque ho pensato che sì, lo avrei abbandonato. Tuttavia ho continuato a leggere. E ancora una volta ho pensato sì, lo lascerò presto. È nei miei diritti di lettore, non mi picchierà nessuno. Al limite avrebbero potuto picchiarmi i puristi di John Barth. Ma poi dov’erano i puristi di John Barth? Nel treno non ne vedevo nessuno. Nel treno ognuno si faceva gli affari suoi. Magari erano puristi in incognito. Oppure i puristi erano tutti ad aspettarmi in stazione. Se non altro avrei avuto ancora un paio d’ore per escogitare un piano di fuga.

Così ho ripreso a leggere, ma da quel momento in poi è successa una cosa strana. È successo che più leggevo e più mi veniva voglia di continuare a leggere. Non era paura del confronto con i puristi, era solo quel meccanismo che nasce quando non ti piacciono i libri che stai leggendo, però riconosci che sono scritti bene, e allora vuoi vedere dove vuole andare a parare l’autore.

Un buon segno che mi ha segnato anche per l’ora successiva, e poi anche per quella dopo, fino alla stazione di arrivo, quando ormai avevo finito il libro, l’avevo riposto in valigia, ero sceso dal treno e ad aspettarmi non c’era neanche un purista.

A dir la verità non c’era proprio nessuno. Nemmeno la persona che sarebbe dovuta venire a prendermi. Perciò ho preso la metropolitana e cercando di individuare puristi nello scompartimento ho iniziato a ragionare su quanto appena letto.

“L’opera galleggiante” è un’opera che rischia di naufragare per due motivi, uno oggettivo e l’altro soggettivo.

Il motivo oggettivo è che ci sono troppe divagazioni. Certo, divagazioni interessanti, ma poi non fai in tempo ad affezionarti a quanto stai leggendo che sono già finite e magari devi pure riprendere la storia da dove si era interrotta perché non te la ricordi più. Quindi a me tutte quelle divagazioni sul tema non mi hanno fatto divagare più di tanto. Mi hanno solo fatto diventare sospettoso. Avevo divorato un libro, e ancora non sapevo perché.

Siamo negli anni cinquanta, gli scrittori non sono mai stati così divaganti, sono stati più classici se vogliamo, anche perché altrimenti non si sarebbero chiamati classici. Lo stesso John Barth è stato definito un classico. Però dopo. Uno di quelli che all’inizio no, ma poi è diventato classico. Che poi in realtà nessun classico al mondo è stato subito un classico. “Santo subito” è solo un modo di dire. Ci vogliono anni per diventare santi. Come minimo bisogna prima diventare beati. Lo stesso vale per “classico subito.” A parte questo romanzo, e quest’altro che uscirà ad ottobre, che io sappia, non esiste mica un classico istantaneo.

Il romanzo all'epoca in cui non era ancora considerato un classico, ma solo il più bel romanzo di John Barth, anche perché era il primo

Questa divagazione se non ancora chiara è a dimostrazione di cosa significa scrivere per divagazioni: un po’ va bene, ma poi a esagerare il lettore perde il filo.

E allora visto che io il filo non lo voglio perdere e ce l’ho ancora tutto arrotolato al dito, vi indico dove eravamo arrivati, ovvero al secondo motivo per cui “L’opera galleggiante” è naufragata nel mio mare.

La spiegazione, puramente soggettiva, è che John Barth aveva scritto questo romanzo quando aveva 26 anni: io non mi fido di quelli che scrivono un classico, anche se considerato tale a posteriori, a 26 anni. Lo so che volendo esistono molti altri esempi di autori che hanno scritto dei classici a quella età e se vogliamo anche da più giovani, ma ora si sta parlando solo di questo autore e di questo romanzo, non è che si può sempre divagare, che poi sembra che non voglio entrare nel merito del libro.

Siamo nel 1937 a Cambridge, contea di Dorchester, Costa Orientale del Maryland, New England, Oceano Atlantico, barca ormeggiata sopra: quell’opera galleggiante che da il nome sia alla barca che al romanzo. All’interno della barca si celebra uno spettacolo definito dal volantino che lo promuove: “il più grande teatro galleggiante della costa orientale”, mentre all’interno del romanzo si celebra la storia di un uomo che una mattina decide che quel giorno sarà l’ultimo della sua vita.

Lo dico senza svelare nulla a nessuno perché è tutto spiegato fin dalle prime righe. Il protagonista che vuole farla finita è Todd Andrews, un avvocato che per raccontare quella sua giornata ci impiega 319 pagine nell’edizione Minimum fax, descrivendo la sua professione, i casi ancora aperti e quelli chiusi dal suo studio, l’hotel in cui vive dal giorno in cui ha trovato suo padre con la morte appesa al collo, i suoi tre vicini di stanza, tre vecchi uno meno arzillo dell’altro, che vanno a sommarsi ad un altro triangolo, quello composto dalla sua amante che poi è la moglie del suo migliore amico Harrison, senza che questo sia un problema per nessuno dei lati del triangolo.

L’unico problema dell’opera galleggiante è scritto nella quarta di copertina: un romanzo pieno di “spirito nichilista e humour nero, dove critica di costume e spunti metanarrativi si fondono in un romanzo sperimentale e godibilissimo, che inaugurava la narrativa postmoderna e a quasi mezzo secolo di distanza non ha perso nulla del suo smalto.”

Ossia, capisco che questo romanzo possa non avere perso nulla del suo smalto, però evidentemente non è lo smalto che piace a me. Il problema è tutto qui. Con buona pace dei puristi di John Barth, che a questo punto saranno già tutti radunati sotto casa mia, ma io non aprirò la porta a nessuno, perché se proprio devo aprire qualcosa preferisco aprire le finestre, visto che in questi giorni fa un caldo micidiale, le vacanze sono alle porte, i puristi probabilmente pure, e allora io vi saluto, mi tuffo dall’opera galleggiante prima che affondi, e buone letture a tutti!

 “… venite con me, lettori, e non abbiate timore per il vostro cuore ammalato; ne ho uno anche io, e so bene quanto sia importante inserire prima il dito d’un piede, poi il piede intero, poi una gamba, lentissimamente le anche e la pancia, e infine tutti voi stessi nel mio racconto, concedendovi moltissimo tempo per farlo. Tutto sommato vi invito a un tuffo di piacere, non a un battesimo.”

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