Recensioni dei libri sulle mensole di casa mia (e altre cose nei paraggi)

Quando abbandonarsi è facile ma lasciarsi è inutile

In Cose nei paraggi on 3 febbraio 2013 at 23:17

Era da tanto tempo che in questo spazio non si parlava di libri così mi sembra giusto ricominciare a parlare di dischi: Dimartino, Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile, Picicca Dischi. E allora facciamo come dici tu Antonio di Martino dalla provincia di Palermo, con questo vago accento di Merano (BZ): venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, abbandoniamoci.

Abbandoniamoci all’ascolto della prima canzone, Non siamo gli alberi. Abbandoniamoci alla seconda, Non ho più voglia di imparare. Ora sì che Venga il tuo regno: è già arrivato, non è mai stato così chiaro, e siamo solo alla terza traccia. Sai quanto tempo era che non riuscivo ad ascoltare un album per intero senza fermarmi a riascoltare la stessa canzone da capo, a ripetizione, a manovella? Come la canzone di quel povero cantante che hai voluto ammazzare nel tuo primo album firmato Dimartino, Cara maestra abbiamo perso. Caro Antonio, con il primo album avrai pure perso, ma già così, davanti alle nostre porte socchiuse, eri riuscito a incastrare la punta del piede per farci sbirciare un po’ di meraviglia. Ora invece ascoltando queste nuove undici canzoni le porte ce le hai spalancate, le orecchie ce le hai stappate mentre gli occhi sono rimasti ancorati lì, di fronte al tuo mondo, che a guardarlo bene è tanto simile al nostro.

Quando si è sospesi in aria non servono le scarpe allacciate

Quando si è sospesi tra le nuvole non servono le scarpe allacciate | cover Tycho Creative Studio

Siamo noi a non essere alberi che stanno fermi lì, che ballano con una sedia perché non hanno altro con cui ballare, che hanno diciotto anni che sono trenta da un po’ di tempo, che si rincontrano in metro, con un disco in mano, fingendosi più grandi di trecento anni,  che non parlano a nessuno di avere in mente un viaggio interstellare con una tuta fluorescente per velocità importanti, che non possono più giocare e neanche farsi male perché tutto deve andare sempre com’è normale, che la meraviglia che avevano da bambini la nascondono dentro ai cuscini, che confessano piccoli peccati, per diventare buoni.

Allora ecco il mio piccolo peccato: non riesco a trovare aggettivi per questo disco. Ci provo. Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile è un disco calzante (va dal n. 32 al 49). Poi altri aggettivi: conduttore (con passaggi che ti danno un passaggio quando sei a terra), adrenalinico (con pigiami che volano dai palazzi a bordo di divani), invernale (che non puoi cantare in spiaggia a squarciagola “vengano gli uomini neri, pescati morti dal mare”) marinettiano (dal manifesto della scrittura passatista-futurista: “[…] per questo noi siamo passatisti-futuristi: perché attraverso la lingua del passato si possa costruire un fulgido futuro d’avanguardia di pensiero esclusivo.”), dissociato (a volte si ha come l’impressione di sentire le voci, dagli strumenti), stacanovista (la determinazione dei kamikaze quando dicono alle loro donne che per il pranzo non torneranno), rassicurante (è confortante costruirsi un albero per tenersi compagnia quando fuori nevica), commutativo (cambiando l’ordine delle tracce, gli aggettivi non cambiano).

Alla difficoltà soggettiva di attribuire aggettivi, c’è poi da sommare quella oggettiva di dare l’idea di un disco senza ricorrere a paragoni. Ci sono cascato anche io, non sono riuscito a farne a meno, lo ammetto. Ne elencherò due su tutti. Primo: questo disco ricorda molto da vicino l’uso dell’italiano nei testi, ai parolieri analfabeti. La scrittura musicale, questa sconosciuta, è un aspetto di non trascurabile importanza quando sei italiano e ti rivolgi a un pubblico italiano a cui piace ascoltare musica italiana. Secondo: questo disco fa uso di strumenti e arrangiamenti (i Dimartino in questo disco: Antonio Di Martino voce e basso, Giusto Correnti batteria, percussioni e melodica, Simona Norato, tastiere e chitarra, Mirco Onofri, arrangiamenti archi e fiati) che producono un insieme sonoro definito melodia, concetto ormai abbandonato da una moltitudine di musicisti del presente, in genere amici dei parolieri analfabeti.

Per questo motivo, caro Antonio Di Martino, classe 1982, anche se non ti interessa la lezione, ripeto anche se non t’interessa la lezione, sappi che nonostante la coproduzione artistica dell’amico Dario Brunori, in questo disco non c’è nulla di sbagliato: nemmeno Giusto, il batterista che di notte russa e magari sogna il cadavere di Superman che cade dalle nuvole mentre noi rimaniamo lassù, sospesi nel vuoto, a ritrovarci felici senza nemmeno accorgercene.

[regia del video porno qui sopra: Giacomo Triglia]

AVVERTENZA per tutti quelli che scaricano la musica da internet: acquistando il disco in un negozio, il suono assumerà un aspetto migliore, così come assumerà un aspetto migliore Antonio Di Martino che riuscirà finalmente ad acquistare giacche e camice nuove, problema che a questo punto coinvolge quasi l’intera scuderia maschile della premiata Picicca Dischi.

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